Prese di coraggio

Screenshot_2017-08-12-16-06-52_1“Nuovo Articolo”. Non avete idea di quanto sia difficile trattare per me l’argomento che ho cominciato. Questo è il motivo della mia incostanza in questo periodo nel pubblicare. Non è trascorso un singolo giorno in cui almeno per un minuto non mi sia venuto in mente il mio caro blog.                                                                                                           E’ un tesoro prezioso per me, ragazzi: ci sono dei miei pezzi di vita, emozioni così profonde e vicissitudini che io stessa ho deciso di condividere ad occhi chiusi, senza paure di eventuali inutili giudizi, mai me ne sono pentita. Mai. 

 


Abbiamo lavorato circa tre mesi insieme. Sorrido mentre lo scrivo, e sapete perchè? In questo arco di tempo, in circa 90mq di stanzetta e collaborando ogni singolo giorno, non c’è mai stato neanche un saluto. Avete capito bene. Sto parlando di quelle paroline che generalmente le persone educate si scambiano tra loro all’inizio e alla fine di una giornata trascorsa insieme (buongiorno, arrivederci.. etc etc.. ). Le conosciamo tutti, no?  Ecco, non c’erano. 

Per me era un uomo inquietante, per Lei era, invece, interessante. Per me un codice indecifrabile, per Lei una preda. Per me troppo grande, per Lei? Perfetto. In fondo Lei cresciuta troppo in fretta, folle, un po’ perversa, distaccata, masochista cosa avrebbe potuto desiderare di meglio di un uomo di quel genere? Ci stavamo servendo su un piatto d’argento.

La cena è servita signor dottorino.   


Le luci dell’ambulatorio erano spente, perchè un medico stava svolgendo un esame nella stanza adiacente. Io stavo preparando alcuni farmaci per il paziente successivo. Amavo stare lì sola a lavorare, mi rilassava, mi concentravo e davo il meglio. Mi è bastato alzare gli occhi verso il monitor spento per vedere lui. Stava alle mie spalle, in silenzio. Mi osservava dal riflesso del monitor. Era la mia ecstasy. La mia droga. In fondo, per quanto fastidioso potesse essere, il suo non parlarmi ma guardarmi è stato il vero colpo basso per me. 


Ero affascinata da me stessa in quel periodo. Dalla mia totale perdita di controllo. La mia voglia, il mio desiderio di sembrargli una donna, poi si traduceva nel mostrarmi ancora più piccola di quello che realmente fossi per il forte imbarazzo, per la forte attrazione e curiosità nei suoi confronti. 


Per giorni si era assentato a seguito di un incidente. Non potevo chiedere a nessuno di lui, per non destare sospetti di interesse. Provavo un grosso dispiacere nel non poterlo vedere. Al suo rientro, senza dirgli nulla, gli feci trovare la scrivania del suo studio tanti cioccolati, così.. un dolce pensiero. Era la prima volta che facevo qualcosa di un po’ più “spinto”. Attenzione! Ovviamente il tutto avveniva sempre senza il famoso saluto. A quel punto avevo pensato che potevamo anche fare un passo avanti, per esempio rompere quell’agghiacciante silenzio durante la pausa sigaretta e magari darci del “tu” (?) 

Semplice no? Peccato che io non l’abbia presa bene, nonostante fosse stata una mia iniziativa.


PAUSA SIGARETTA: il silenzio era tale che sentivo le mie cellule dividersi

Va bene Celeste, puoi farcela.

“Come va?”………. SILENZIO…….. “per l’incidente, intendo” 

Bene, la macchina si è un po’ scassata.. ma bene

………SILENZIO…………..

Mi schiarisco la voce che neanche se fossi stata una giornata intera a urlare al mercato del pesce, ero rimasta senza

“l’importante è che STA bene… (10 secondi di silenzio)….. TU

ok, da quel momento non ho più centrato la sigaretta in bocca, la vergogna mi è arrivata al settimo piano e io stavo per spalmarmi per terra per un calo repentino di pressione. 

Mi sono chiusa in bagno, in attesa di un ritorno di flusso di sangue al cervello e nel frattempo pensavo “…che STA bene TU…” 


Una delle tantissime, purtroppo, successe con lui.

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Amorecstasy

imagesUn po’ me ne vergogno e un po’ mi strappa un sorriso: prima di  cominciare i racconti delle mie vicende, sento la necessità di stare quasi una ventina di minuti davanti il pc a guardarmi intorno, il vuoto, le braccia, le mani, toccare la tazzina del caffè che tengo sempre vicino.                                                                                                                                           In questo frangente di tempo, più o meno lungo, devo raggiungere uno stato di trance. Non esagero! E’ come se fosse una sorta di teletrasporto nel passato e totale distacco dal presente e dalla realtà circostante, non so se riesco a spiegarmi e, soprattutto, se riesco a trasmetterlo. E’ per questo motivo che io non ho mai riletto i miei articoli. Quando ho provato a farlo, per apportare delle modifiche o delle semplici correzioni, mi sono un po’ impressionata. Devo ammetterlo. Ho pensato “Quando l’ho scritto?” – “Devo davvero pubblicarlo?“. Si, e senza modifiche. Ecco perchè non ho più riletto. Ho capito che nulla è più vero di quelle righe. La vergogna, la paura che per molti anni sono state una croce nella mia anima, vanno superate. Mi spiace per gli errori che trovate piuttosto!


Erano le 8.45 circa.  Io ero nel pieno della preparazione delle terapie. Quella mattina ero un po’ angosciata e i campanelli che suonavano dalle varie stanze dei pazienti, aumentavano questa mia ansia. Mi dicevo “Celeste, respira”. Quel giorno era morto un paziente, con il quale avevo, nei giorni precedenti, instaurato un bel rapporto. I primi giorni, le prime esperienze, i primi pazienti che un giorno ti stringono le mani e il giorno dopo non ci sono? Come si può accettare? Quello, il primo periodo, è stato quello il cui portavo con me tutte le sofferenze dei pazienti, dei parenti a casa. Con me. Non sai assolutamente discernere lavoro / vita privata. Almeno, io non sapevo farlo. Non era bello.                                                                                                                                                       Uscita dalla medicheria , mentre stavo ferma alla porta, passava davanti a me quella sensazione. Una sensazione che, adesso, aveva un volto nitido e chiaro. Un’ espressione ferma e severa. Uno sguardo profondo, insistente e violento. Un uomo sicuramente non di poco più grande. 

Quel giorno tornai a casa davvero infastidita e piena di dubbi. Non riuscivo a darmi una spiegazione. Tanto forte era la paura che provavo solo a vederlo, quanto forte era l’attrazione nei suoi confronti.

I giorni passavano così e le mie seghe mentali aumentavano in maniera esponenziale. Non sapevo che ruolo avesse lì dentro, lo vedevo la mattina per quei dieci minuti che mi fottevano la testa.  Favoloso! Ero la neoliceale che a ricreazione si fermava nel mezzo del corridoio della scuola,fantasticando sul ragazzo del quinto anno. 

Facevo tenerezza a me stessa, non mi amettevo di essere drogata di un’idea. Letteralmente drogata. Quando attraversava il reparto, con la sua camminata lenta e troppo decisa, lo guardavo dalla testa ai piedi, dovevo trovarne tutti i difetti, fisici, di movimento. Tutti. Dovevo convincermene. Dovevo riprendere il controllo. 

Avevo ripreso a fare colazione la mattina, qualcosa stava cambiando in me. Io non lo accettavo. Lo odiavo. Lo odiavo? 

Una delle mie tante mattine nella piena confusione del civico, una donna mi prende per il braccio, un’infermiera che di corsa, per farsi aiutare, mi trascina nel suo ambulatorio. Io in ambulatorio non c’ero mai stata. Non sapevo nemmeno se fossi all’altezza della situazione. Non sapevo cosa mi aspettasse. Non avevo idea di cosa si facesse. Sapevo solo che ci stavamo dirigendo lì. 

Lui era lì, seduto davanti la scrivania. Si è girato col suo solito sguardo gelido, non un cenno di saluto. Nulla. Neanche io. Adesso sapevo che era un medico, che lavorava lì e che quella mattina io avrei, non so con quale calma, dovuto lavorare con quel freddo. 

Quella mattina, quella dopo, quella dopo ancora…. 

Uno sguardo e un miliardo di pensieri

tumblr_lwmpg1qjcP1r4dycjo1_400Tutto avrei desiderato in quel periodo e tante cose la mia testa immaginava sarebbero successe in quel reparto: tranne una cosa

Immaginavo avrei provato tanta tristezza,  immaginavo non sarebbe stato facile raggiungere il giusto equilibrio tra il distacco dalle sofferenze di un paziente e quel legame con lo stesso, necessario per creare un rapporto di fiducia e sicurezza, si. Il rapporto empatico, insomma. Era tutto una novità, potevo solo immaginare e la mia immaginazione si fermava lì, a quel giorno. Mi credete? Il giorno Maledetto. 


Sapete quando guardate da un’altra parte, ma avvertite di essere osservati, fissati da qualcuno? Quasi in modo inquietante. Ecco, per me non era stato esattamente un “quasi”. Ricordo nitidamente quella terribile  sensazione nell’essere inquietata da una presenza che mi fissava e non appena avevo trovato il coraggio di voltarmi per capire chi fosse, già era andato via. Una ridicola apparizione. Una terribile sensazione che, non so il perchè, mi ha accompagnata per tutta la giornata. Anche uscita dall’ospedale. Io non sapevo chi fosse, non sapevo come fosse fatto. Sapevo, però, COSA mi avesse fatto e non era nulla di bello.  


Quella bambina diventata un’adulta, ormai, un po’ folle e in perenne contrapposizione con me. Lei In cerca di follie per sentirsi viva, per uscire dalla tomba cui ciclicamente si addormentava, con picchi di emozioni fortissime e irrazionali. La Ragazza Cubica, una cacciatrice di paure. Le stesse che da bambina l’hanno fortemente incuriosita e devastata e IO, un po’ una sua vittima e un po’ sua complice.


Passavano i giorni e lui non c’era, non c’era più. Io ero diventata pazza. Mentre studiavo, mi tornava in mente quella sensazione e solo a sensazioni potevo pensare. Il non avere un’immagine in testa mi urtava.

l’essere così urtata mi piaceva tantissimo e sapete perchè? L’idea di base di chi ha un disturbo alimentare, o meglio l’illusione, è avere il pieno controllo di se stessi. Mi spiego meglio: emotivamente raggiungi un livello di apatia talmente alto che non riesci a provare le emozioni ad una normale intensità es: entusiasmo, felicità, eccitazione. Come, per causa di un raffreddore, non poter sentire il sapore del proprio cibo preferito.


Qualche giorno dopo, mentre stavo preparando la terapia ai pazienti, riesco finalmente a dare un volto a quel pensiero..

 

 

L’INIZIO pt.1

“Come hai conosciuto quest’uomo?” mi ha domandato la mia psicologa .                           Così ho voluto concludere il penultimo articolo “Terrore e Amore”.  Sapevo che ne sarebbe seguito un periodo in cui non avrei potuto più scrivere nel blog, per cui non mi sono voluta totalmente addentrare in una storia che sarei stata costretta a lasciare per un po’ di tempo “monca”. 

Tengo a fare una premessa: la storia, un po’ malata e un po’ viziata, che sto per raccontarvi, questo altro pezzo della mia vita che si dilunga, forse per troppo tempo, e che io ritengo una fase importante della mia vita, la rendo a voi per due semplicissimi motivi:

  1. Sono più che sicura che, se non in ugual maniera, molte persone si sono trovate, si trovano o potrebbero trovarsi in una situazione simile. Il mio scopo, alla fine, è portarvi a rispondere ad una domanda ( cui, ovviamente, risponderete silenziosamente e intimamente a voi stessi ). 
  2. Come ben sapete, questo mio spazio, oltre voler essere uno spunto di riflessione, di aiuto, di passatempo ecc.  è anche, per me, un “cassetto ordinato di ricordi”, così mi piace definirlo.                                                                                                                            

     

Dall’apertura di quell’Inviolabile Cassettodi cui ho già parlato, è stato inevitabile un ulteriore cambiamento in me. Sensi di colpa, profonda tristezza, paura.. e la voglia, che un po’ mi accompagna sempre, ancora oggi, di tornare bambina. Forse per avere un’altra possibilità. Così sono partita per l’Inghilterra, un po’ di mesi, un viaggio un po’ all’avventura, di quelli che piacciono a me, per sentirmi di nuovo viva.  Parti, cambi posto, cambi persone, cambi aria, lavori… ma tu. TU, rimani TU, con la tua vita, con i tuoi pesi, con le tue angosce, con il tuo passato. Quello non lo lasci. Tra un lavoro e l’altro, tra una casa e l’altra, tra un pensiero e l’altro, sono tornata qui, in Sicilia. Più pesante di prima.

Il mio ritorno dall’Inghilterra ha segnato il mio periodo peggiore: i miei problemi alimentari si erano aggravati. Ho cominciato a soffrire di dismorfismo, così per aiutarmi ho levato gli specchi della stanza, coperto le finestre con le tende ed evitato di uscire da casa. La mia fiducia negli altri e nella mia famiglia era ad un livello pari a zero, ed è così che si sceglie di rimanere soli. 

In mezzo a tutto questo gran casino, un giorno, mi arriva un messaggio su facebook da parte di una ragazza, compagna non di classe ma di scuola (non avevamo mai parlato):

“ciao Celeste, ho visto il tuo nome nello scorrimento di infermieristica. In bocca al lupo per tutto”.

Ancora oggi non riesco a spiegarmi il suo messaggio, sta di fatto che se non fosse stato per lei non avrei mai saputo di aver passato questi test di ammissione che avevo tentato tempo prima. Non controllavo visto il numero di partecipanti al concorso e di posti disponibili, per me sarebbe stato impossibile. 

E così comincio questo percorso tra milioni di domande, la più frequente delle quali 

“cosa può dare una persona come me a chi ha bisogno di aiuto?”

Per oggi mi fermo qui.

 

 

Ogni paziente che in questi anni mi ha sorriso, mi ha stretto la mano, mi ha abbracciata, mi ha detto “grazie” mi ha regalato un anno di vita.

 

 

 

 

 

Un gioco per amar(e)ti


L’amore è dedizione? L’amore è dolcezza? L’amore è sesso? È mettere l’altro prima di sé stessi? Cos’è l’amore?

Un meraviglioso mistero irrisolvibile? Non ci sono, certo, storici né filosofi che siano in grado di dare una definizione universale; né tanto meno scienziati o, ancora, medici che possano trovarne le cause o le cure.

Esistiamo noi, che nella nostra soggettività, siamo in possesso della risposta a tale domanda: cos’è l’amore.

L’amore è ciò che siamo, ciò che è la nostra vita.

L’amore non è altro che uno specchio nel quale trovare noi stessi.

 

 

 

Non sarai pronto ad amare, se prima non impari ad amare te stesso


 

Una frase scontata, direi. Una di quelle che lanci ad un’amica, ad un parente, ad un conoscente o, perché no, sui social. Una frase di circostanza in parole povere.

In realtà, credo, che questa banalità nasconda al suo interno il vero sifnificato della parola Amore.

Facci caso: una frase su misura di tutti. Mai sbagliata o fuori luogo. Una frase che ciascuno di noi può renderla propria, costruendoci il proprio “concetto” di amore.

Noi amiamo chi pensiamo di meritare. Noi amiamo come amiamo noi stessi. Niente più, niente meno.

Hai mai visto una persona che ama se stessa, il proprio corpo, la propria vita, la propria testa, i propri valori, amare qualcuno che la svalorizzi, che ne sfrutti il corpo per puro piacere, che non ne comprende lo splendore?

 Io NO.

Siamo, per natura, portati a non assumerci più di tanto le responsabilità che ci appartengono. Si. È più facile additare CHI NOI STESSI ABBIAMO SCELTO DI VOLERE ACCANTO.

Esclamazioni come “mi ha usato”, “ha voluto solo sesso”, ” che persona Bastarda, mi ha tradito”, “non mi fa sentire amata”, “mi fa del male” sono abbastanza comuni, no? Sarà capitato anche a te, forse.

Non credere sia stato un caso essere capitato tra le braccia o nel letto di una persona che altro non ti dà se non frustrazioni o sofferenza.

Non sei stato sfortunato, sei stato ancora una volta vittima di quel giudice, che ti ha sussurrato che di meglio non puoi meritare. Quel giudice sei tu.

Ti credi poco, così prendi poco.

Stai male con te stesso, ti metti accanto qualcuno che ti fa stare peggio.

Intraprendi una relazione con una persona impegnata perché, in fondo, in cuor tuo non pensi di poter meritare una persona tutta per te.

Tradisci, a volte pur amando, chi hai accanto perché credi non avere più valori da difendere e perché ciò che più meriti sono sensi di colpa, non felicità.

Ti senti il nulla, vai a letto con una persona che a lungo andare ti lascia credere che di te si può prendere solo il corpo, non altro.

Sei una persona insicura, il sospetto su chiunque si avvicini alla tua metà ti distrugge.

Nulla è legato al caso, anche nell’amore c’è qualcosa di scientifico: il rapporto causa-effetto, per esempio.

 Ecco perché se prima non ami e rispetto te stesso, non puoi avere accanto qualcuno che ti renda felice.

Ecco perché ognuno di noi sa cosa sia l’amore: perché lo viviamo in base a ciò che crediamo di essere.

Quando comincerai a notare e appuntarti le tue sfaccettature più positive, quando comincerai a credere in te e ai valori che custodisci, sarà quello il momento in cui coltivarlo la felicità di cui hai bisogno. Lascerai avvicinarti da persone che, oltre notare la tua positività, la esalteranno ancor di più.

VI INVITO A FARE QUESTO “ESPERIMENTO”: Prendi un taccuino, un foglio, una pagina di diario e scrivi grande “CIÒ CHE AMO DI ME”.

Adesso concentrati, parla con te stesso. Sembra facile, in realtà non lo è.

Fai questo lavoro in un posto che ami particolarmente (dal bagno di casa tua, ad un luogo in montagna) e, se ti aiuta, ascolta buona musica nel frattempo.

Scrivi tutto ciò che pensi di amare di te, da aspetti fisici a caratteriali.

In un primo momento ti troverai in una fase talmente critica di te che potrebbe non essere facile trovare motivi per cui ti ami.

Ascoltando meglio, però, cominceranno a venirti in mente aspetti di te, cui non avevi dato molto peso e che, probabilmente, comincerai a coltivare rendendoli pilastri indistruttibili della tua personalità.

La mia lista non l’ho stilata in un giorno, tutt’oggi non l’ho finita e non perché abbia un’infinità di pregi, semplicemente imparo lentamente ad apprezzarmi.

Più lentamente esegui il tuo lavoro, più apprezzi ciò e chi sei, più ottieni il controllo di te.

Io ho annotato recentemente questo:

– Amo mettere allegria alle persone.

Ci sono pregi, che pur facendo parte di noi, non consideriamo.

Dopo che parecchie persone mi hanno detto che sono una persona solare e che metto allegria, ho deciso di annotarlo nella lista di ciò che amo di me e di crederci.

Comincia a stilare questa lista, aggiornala quotidianamente se noti un qualcosa di te, anche minima, che ti ha colpito positivamente.

NON AUMENTATE L’EGO,  MA L’AMORE VERSO LA VOSTRA PERSONA.

..Che è diverso.

La Ragazza Cubica, poi, vuole sapere come sta andando il rapporto con la vostra lista.

“Amore” e “Terrore”: possono stare accanto?

« Allora celeste, come stai? »

« Benissimo. Mai stata meglio, non mi fermo un attimo durante la giornata. La mattina faccio il tirocinio in ospedale, piccola pausa pranzo, lezione fino alle 19.00, allenamento in palestra e poi esco con le mie colleghe. Sento un’energia dentro che non avevo mai avuto prima, sto proprio bene »

«Sei stressata?» Sapevo che, forse, non avrei potuto mentire più di tanto davanti alla domanda della mia psicologa, ma c’ho provato.

«No, per niente».

«ok Celeste, forse se smettessi di girarti compulsivamente i capelli con le dita, masticare la chevin-gum senza prendere aria e dondolarti sulla poltroncina, potrei anche crederti. Posso sapere cosa guardi alle mie spalle?!»

«Cinzia, devi spostarti. Non riesco a concentrarmi se il pomello della porta alle tue spalle non cade nella perfetta metà della spalliera della tua sedia»

«AH……  Così va bene?»  .. «un pochino pochino più a destra. Ecco, perfetto»

«Spero che adesso siamo pronte per iniziare la seduta, lo sai che a poco a poco dobbiamo cercare di eliminare queste fissazioni! Parlo anche della porta del bagno che deve stare chiusa e della tenda semiaperta. E’ chiaro che a me non cambia molto, ma dobbiamo lavorare per te, affinchè tu possa spezzare abitudini che non ti fanno bene. Ahi ahi Celeste, credo che a fine percorso con te, sarò io a dover farmi seguire IO da qualcuno» 


Ormai lei, la mia psicologa, la donna che dopo il primo incontro non avrei voluto più vedere, era diventata fondamentale nella mia vita. Non era la prima dottoressa che avevo incontrato, ne avevo già conosciuti due che, in due incontri, erano stati bravi. Si! Bravi a uscire dalle mie grazie! Lei no. Penso che i rapporti fra due persone siano governati da chimica ed empatia. Quelle che con lei non mi mancano; E poi, nonostante i miei problemi alimentari, la mia depressione e traumi di vario genere io ho sempre amato RIDERE. Avevo trovato la giusta psicologa che mi avrebbe portato ad ironizzare su tutto ciò che più mi impauriva. 

Così, grazie a lei, ho scoperto uno degli ingredienti fondamentali per abbattere le paure: L’IRONIA.


«Celeste, noi fino ad ora non abbiamo affrontato un argomento che, soprattutto nel tuo caso, mi interessa particolarmente: l’amore. Vorrei, ecco, capire come ti poni nei confronti del sesso maschile dopo aver ripescato tra i ricordi quella che è stata la vicenda che ti ha più segnata»


La more.. cosa sarà mai la more. No, era L’ AMORE ma è stato quasi come se non avessi riconosciuto la parola a primo colpo. Aveva preso un argomento che, esattamente in quel preciso periodo, non rientrava nella top ten dei miei argomenti preferiti.


«Allora, dunque..»  forse non avrei voluto parlarne o, forse, avevo bisogno di un serio aiuto.

«Sono ossessionata da una persona. Mi fa paura. Mi fa tanta paura, al punto che quando lo vedo cominciano a tremarmi le gambe, il cuore comincia a battermi forte e mi si offusca la vista.. mi si tappano le orecchie e non capisco più nulla del mondo circostante. Ne sono tanto terrorizzata, da quest’uomo.»

«Celeste, terrorizzata? Volevo mi parlassi di amore..» 

«…ne sono terrorizzata….. quanto attratta»


L’argomento mi faceva entrare in una sorta di trance, esattamente come se avessi davanti quell’uomo. Non ero io a parlarne, ma era lei, quella folle che c’è in me. 


«Quanti anni ha? Celeste.» 

«trentasei.»… «….» 

«Celeste, come l’hai incontrato?»

Dal tono un po’ interdetto della mia psicologa avevo già colto il suo pensiero al riguardo. Certo è che non era necessaria lei per comprendere che mi ero infilata in qualcosa che non mi stava facendo bene. Sapevo, però, che il suo aiuto sarebbe stato fondamentale per poterne uscire.

Artisti e Protagonisti

2017-06-06-10-06-14-406Eh no! Neanche oggi vi siete liberati di me! Oggi, in realtà, non avrei dovuto scrivere però sento il forte desiderio di farlo.

Non vi parlerò di situazioni o di persone, nè vi racconterò di passati episodi.               Oggi voglio fare un esperimento: tento di raccontarvi esclusivamente di emozioni e sentimenti.  Si.. Un esperimento. Credo, in realtà, non ci sia impresa più difficile del voler far emozionare qualcuno delle stesse emozioni di cui parli.                                                           Mi piacerebbe far toccare il confine fra depressione e tristezza.                                               Mi piacerebbe riuscire, attraverso questa pagina, portarvi per mano in un mondo. Nel mio mondo, solo ed esclusivamente per cinque minuti. E basta.


In quel “di qualunque” stai passeggiando lungo una strada silenziosa. Sei solo. L’unico rumore che senti è quello dei tuoi pensieri.                                                                                   Ti fermi.                                                                                                                                                       Ti guardi intorno.                                                                                                                                      Volgendo lo sguardo indietro non riesci più a intuire quale sia la tua provenienza, mentre davanti a te non vedi alcun punto di arrivo. Spontanee, nel totale smarrimento, ti sorgono due domande “Da dove provengo”  “dove sto andando”

Hai perso le due risposte fondamentali della tua vita.

Improvvisamente ti giri e trovi una porta, nel nulla. Non sapendo più che strada percorrere credi che quella sia l’unica via d’uscita. 

La apri. C’è una sedia oltre quella porta: sembra ti stia dicendo “accomodati“.               La perfezione delle circostanze ti illude che siano tappe obbligate, giuste.

Ingenuo, non vedi che è una trappola? “No. E’ una sedia, sarà messa lì per me”

E’ proprio il momento in cui ti accomodi che non ti scomodi più. Solitudine, Paura, Angoscia e risposte perse. Risposte che avresti trovato, prima o poi, se invece che aprire quella porta, fossi andato diritto per quella strada. Caparbietà? si, SEMPRE.

Senza neanche accorgertene ti trovi lì, legato e bendato. Al buio e senza poter muoverti. Com’è potuto accadere? Non ti sei accorto che qualcuno ti stesse prendendo in ostaggio? “No, io non mi sono accorto di nulla”.                                                                     Sei sola piccola creatura. Cosa puoi fare adesso?

Le ore, i giorni, i mesi passano.. non ti cerca nessuno. Sei sempre lì fermo, ad occhi chiusi. Tutto ti può essere sottratto: la vista, la possibilità di muoverti, la parola. Una cosa rimane tua: L’immaginazione. Cominci a dipingere il tuo mondo con i tuoi pensieri. Tutto ciò che desideri è lì, nella tua testa e vivi di quelli. 

Diventi Qualcuno. Conosci persone mai viste, ti innamori. Ti innamori di ideali e di idee. DIVENTI UN’ARTISTAHai fatto della tua vita il miglior quadro che ci sia stato nella storia e tu, però, sei lì. Lo guardi dall’esterno. 

Nessuno potrebbe mai apprezzarlo e capirlo perchè nessuno riesce a vederlo, tu.. povero artista incompreso

Ecco come definisco la depressione: una vita imprigionata nell’immaginazione.

Sai quando ne esci? Quando tu, artista incompreso, da creatore e spettatore diventi anche protagonista della tua migliore creazione.

Siamo tutti Artisti. Tutto sta nel saper disegnare anche noi stessi in quel capolavoro che è la nostra vita.

 

 

 

La Ragazza Cubica

PicsArt_06-07-12.41.19Come se un’altra vita si fosse aggiunta a quella che stavo vivendo. Un passato lontano tornato a far parte, inevitabilmente, del mio presente. Una coscienza macchiata di veleno. La mia purezza e la mia ingenuità che mi erano di diritto sentivo, in realtà, che mi erano state strappate senza alcun permesso. 

“senza alcun permesso”. Ciò che più mi trafiggeva il cuore, in realtà, era la domanda che da quel momento  mi ponevo di giorno, di notte, nei sogni: come ho potuto, nonostante la mia giovanissima età, permettere uno scempio del genere della mia persona? 

Mi sentivo colpevole. Codarda. Indirettamente complice di un uomo malato che approfittava della mia ancora fragile e acerba personalità.

Come avrei potuto dire ai miei una cosa del genere, dare questo profondo dolore? Ero sicura si sarebbero sentiti terribilmente in colpa per qualcosa che, ne sono sicura, nessuno al posto loro avrebbe potuto evitare, per come erano ben organizzate le circostanze a favore di quel fetido personaggio. 

Sentivo sopra la pesantezza di troppe cose: la mia depressione inoltrata e consolidata, ormai, nella bulimia. I miei sensi di colpa nei confronti di me stessa, delle bambine che avrei potuto preservare con un minimo di coraggio in più, dei miei genitori.

Stavo sbagliando tutto. Era come se ogni tassello della mia vita lo avessi riposto in modo sbagliato. Da piccola ero troppo grande, da grande ero troppo piccola e impaurita per vivere la mia vita normalmente. “cazzo di confusione“.

C’era una bambina in me che desiderava protezione e rispetto, c’era una donna troppo cresciuta che desiderava coraggio, personalità e meno responsabilità. Mancava la ragazza che avevo diritto di essere. Spensierata, sorridente, studiosa e con degli obiettivi diversi da quelli prefissati

Cominciavo,così,  a temere il sesso maschile. Per strada mi balzava il cuore nel trovarmi vicino  ad un semplice passante. La notte avevo gli incubi, quando mangiavo ero sconcertata e stavo sviluppando una violenza e un’aggressività che, oltre ripercuotersi su me stessa, come ero già abituata a fare, scatenavo anche sulla mia famiglia.

Mia madre capiva che avessi qualche problema anzi, più precisamente, lo intuiva. Era un po’ confusa e depistata da un “personaggio” costruito e studiato, per filo e per segno,  per far credere che le mie “stranezze” fossero tratti caratteriali e non patologici.  

Il mio isolarmi, non mangiare con la famiglia, dormire durante i pasti, il mio essere aggressivo era confuso con un brutto carattere. Ci soffrivo di questo, ma mi stava bene. L’importante per me era non guarire. Non sapevo come mi sarebbe andata a finire, mi domandavo, però , spesso se sarei arrivata al punto di farmi tanto male da uccidermi. 


La Ragazza Cubica non è una stronza che avrebbe voluto farmi del male per il mero piacere. E’ quella bambina sofferente, ormai cresciuta, con tanta rabbia e frustrazione che mi chiedeva semplicemente aiuto. Un aiuto che alla fine ho colto.

Lei, una dolce creatura che ho compreso e ascoltato forse dopo troppo tempo.                   Lei, a cui devo tanto ..perchè è con la sua sofferenza e la sua fragilità che mi ha resa quella che sono oggi. Tutto a spese sue. 


“Facciamo una cosa, scriviamo un nuovo diario. In questo diario ognuna delle due ha il proprio spazio. Io scrivo i miei pensieri e tu scrivi i tuoi”.

Vi sa di pazzo, vero? Si, anche a me.. ma ci siamo tutti sul fatto che la normalità non sia mai stato il mio tratto distintivo, no?

Vi dico, eppure, che proprio questo è stato il mio segreto per non essere sopraffatta e devastata da quel mio lato irrazionale: dividere nettamente le mie due personalità.


Nonostante le mie difficoltà e le mie stranezze non ero sola. C’erano e ci sono ancora quei quattro folli amici che mi hanno sempre accettata e amata per quello che ero, che mi sentivo di essere e che sono.

Uno di questi è lui, il mio migliore amico. Una delle note perfette in quella che era la mia vita stonata. Dieci anni di amicizia vera. Una persona che, nonostante le mie mancanze, i miei limiti mi ha sempre fatta sentire quasi indispensabile per lui. Una compagnia con la quale dimenticare tutti i problemi e con la quale ridere, ridere di pancia. Lui, un buffo latin lover, con le sue mille avventure e dissavventure.

“ahi Ni.. come potrei fare senza di te?”

Scusatemi, oggi mi sono dilungata forse un po’ troppo! Certo che avete una pazienza a leggermi.

La Ragazza Cubica vi saluta e vi augura una meravigliosa giornata.